81esimo anniversario delle Quattro Giornate di Napoli – Archivio Storico Banco di Napoli
Ricorre quest’anno l’81esimo anniversario delle Quattro Giornate di Napoli, l’insurrezione popolare attraverso cui la città, tra il 27 e il 30 settembre 1943, riuscì dopo anni di soprusi a liberarsi dall’occupazione nazifascista grazie all’attiva partecipazione della compagine civile.
Attraverso fonti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli e articoli di giornale provenienti dalla sua Emeroteca, si presenta una ricostruzione cronologica degli eventi che hanno portato al climax degli scontri nell’autunno di ottant’anni fa e che hanno reso la città di Napoli il primo baluardo della Resistenza italiana. La sommossa, spontanea e impavida, determinò il declino degli ex alleati, ormai nemici, un giorno prima che le truppe americane raggiungessero, il 1° ottobre 1943, le porte della città oramai già libera dall’oppressore.
I moti di liberazione della città affondano le proprie radici in un sentimento antifascista che cominciava a svelarsi e risvegliarsi in modo acuto già da qualche mese, con l’inizio della “campagna d’Italia” e l’annunciato arrivo delle truppe degli Alleati angloamericani sul suolo italiano.
Il 9 luglio 1943, infatti, ebbe inizio la cosiddetta “operazione Husky”, nome in codice per designare l’invasione della Sicilia, già in corso d’opera con l’avvenuta occupazione delle piccole isole circostanti di Lampedusa, Pantelleria, Linosa e Lampione. Nonostante il contrattacco di tedeschi e italiani, la notte tra il 10 e l’11 luglio, senza troppe difficoltà, le truppe Alleate occuparono le basi navali di Siracusa e Augusta. Al termine del conflitto, durato più di un mese fino al 17 agosto, le forze dell’Asse riportarono circa 29.000 vittime, a fronte delle circa 3.000 degli oppositori.
Lo sbarco in Sicilia degli Alleati accelerò la crisi del governo Mussolini, già provato da una serie d’infelici risultati bellici in Africa settentrionale e Tunisia. In quel frangente, a determinare una svolta nella situazione politico-militare fu il Presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, Dino Grandi: egli, il 25 luglio del 1943, presentò al Gran consiglio del fascismo l’Ordine del Giorno con il quale avanzò la proposta di destituzione di Benito Mussolini: si richiedeva il ripristino di tutte le funzioni statali e la restituzione del comando delle forze armate. Tale atto, concordato col re Vittorio Emanuele III, decretò la caduta del regime dopo ventun anni di governo e l’arresto del dittatore. Il sovrano pose quindi a capo del governo il Maresciallo Pietro Badoglio, distintosi nella precedente guerra mondiale e le cui gesta gli erano valse la nomina a Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia.
Dopo la diffusione di un comunicato radio sull’accaduto, tutta la città di Napoli si riversò nelle piazze: i numerosi simboli del regime fascista, quali aquile romane, fasci littori, busti marmorei, furono distrutti e le sedi del Partito incendiate. Ovunque s’irradiavano grida di liberazione e un clima gioioso imperava per le strade a tal punto da coinvolgere persino i camerati tedeschi, che di fronte a tale giubilo non resistettero a partecipare ai festeggiamenti, forse auspicando, in un futuro prossimo, la stessa sorte per la propria nazione. Anche la stampa, prima assoggettata alla propaganda di regime, sembrò tornare a offrire notizie di cronaca non filtrate e a manifestare liberamente le proprie idee: i direttori del Roma e de Il Mattino, Scaglione e Scarfoglio, precedentemente allontanati e sostituiti, vennero reclamati alla direzione.
Purtroppo l’euforia andò ben presto a scemare. Si fece largo tra la popolazione la consapevolezza di un futuro ben diverso da quello che ci si sarebbe aspettato: ogni manifestazione antifascista sarebbe stata repressa e la guerra sarebbe continuata, così come dichiarato nella chiosa del discorso del nuovo Primo Ministro. Il 28 luglio si tenne la prima riunione del nuovo governo: il partito fascista era ufficialmente sciolto, il Gran Consiglio soppresso e la costituzione di altre associazioni politiche vietata. Le leggi razziali tuttavia, introdotte nel novembre del 1938, continuarono a rimanere in vigore e, a ragion di ciò, Badoglio nello stesso giorno inviò una lettera a Hitler nella quale ribadiva la partecipazione dell’Italia al conflitto e rinnovava con spirito immutato l’alleanza con la Germania.
Per tutto il periodo della guerra, dal 1940 in poi, Napoli era stata la città maggiormente devastata dai bombardamenti, per un totale di circa 200 raid aerei, di cui gran parte avvenuti soltanto nel corso del 1943. Ciò costò alla città oltre 20.000 vittime, per lo più civili. Tale accanimento era dovuto al ruolo di spicco che la città ebbe sul fronte della guerra navale del Mediterraneo, essendo il Porto di Napoli il più utilizzato per la rotta africana. Dall’11 gennaio le incursioni aeree raggiunsero una frequenza quasi giornaliera, fino a raggiungere il culmine nel mese di aprile con ripetuti attacchi nel pieno centro della città, nel quartiere Chiaia e al Vomero.
Un drammatico episodio coinvolse la motonave da carico Caterina Costa che, grazie alle sue caratteristiche e alla sua mole, nell’anno precedente fu requisita ed utilizzata per il trasporto di rifornimenti verso la rotta del Nord Africa. La nave era in quel momento ormeggiata al porto di Napoli, carica di materiale bellico tra cui armi, munizioni, esplosivi e carburante, alloggio anche di diverse centinaia di militari italiani e tedeschi. La mattina del 28 marzo un incendio, probabilmente di natura dolosa, fu appiccato sul mezzo: nessuna sirena poté avvisare la popolazione della catastrofe imminente, se non il rumore delle deflagrazioni e il fumo. Nel pomeriggio dello stesso giorno le fiamme raggiunsero infine la stiva piena di esplosivo e si assistette impotenti alla feroce esplosione della nave. Il molo sprofondò e pezzi di lamiere furono catapultati in un raggio molto ampio, dalla Stazione Centrale al Vomero, coinvolgendo, tra i tanti edifici, il Maschio Angioino, il Ponte della Maddalena e Palazzo Carafa.
Danni relativi a tale esplosione riportarono anche alcune sedi del Banco di Napoli: la Cassa Spirito Santo, sita lungo l’attuale via Toledo, già danneggiata da un bombardamento aereo del precedente 1° marzo, fu ulteriormente provata dall’esplosione della motonave del 28 dello stesso mese. Ulteriori danni agli edifici si registrarono alla sede centrale di San Giacomo: interventi di parziale prevenzione in vista di attacchi nemici erano già stati effettuati nei mesi precedenti; non bastarono, tuttavia, a salvaguardare l’intera struttura che fu nuovamente colpita durante lo sventurato episodio del Caterina Costa. Per gli edifici furono stanziati, in attesa della partecipazione dello Stato, rispettivamente 1.215.000 e 350.000 lire.
La più profonda ferita al patrimonio storico della città fu inferta il 4 agosto del 1943, quando, tra le altre zone del centro, fu profondamente danneggiata la Basilica di Santa Chiara. Il monastero, eretto per volere di Roberto d’Angiò tra il 1310 e il 1330, dimora di opere di Tino di Camaino e Giotto, fu privato delle sue vetrate, di gran parte degli arredi sacri e di tutti gli affreschi Settecenteschi, mai più ripristinati. Il bombardamento, infatti, innescò un incendio impossibile da domare, durato quasi due giorni e che ridusse in cenere parte del patrimonio artistico e della storia del monumento. Il recupero definitivo della struttura, restaurata rispettando l’architettura medievale, si ebbe soltanto nel 1953, al termine dei lavori iniziati nel 1944 sotto la guida di Padre Gaudenzio dell’Aja.
La scia di bombardamenti il 3 settembre colpì anche il Teatro San Ferdinando, situato tra il Rione Sanità e via Foria. Fondato nel 1791, negli ultimi decenni del 1800 offrì il suo palcoscenico ai successi di Eduardo Scarpetta e della sua compagnia di attori; durante gli anni ’30, a cavallo tra il primo e il secondo conflitto mondiale, fu trasformato in “Cinema Teatro Principe”, fino alla sua chiusura forzata nel 1943. Il giorno dopo il disastro Eduardo de Filippo si recò sul posto per constatare le condizioni dell’edificio tanto importante la sua famiglia. Si deve proprio a lui la successiva ricostruzione del Teatro: nel 1948 ne acquistò la proprietà investendo tutti i suoi risparmi e indebitandosi con le banche. Le due guerre, con la conseguente devastazione e miseria, sia fisica sia morale, segnarono profondamente il vissuto del drammaturgo, che nel 1945 trasse dall’amara esperienza uno dei suoi capolavori della commedia, “Napoli milionaria!”.
La sera dell’8 settembre 1943 le trasmissioni dell’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche furono interrotte e, a sorpresa, la voce registrata del Ministro Badoglio annunciò che la richiesta di armistizio inoltrata al generale americano Eisenhower era stata accolta. L’Italia, stremata, si ritirava dal conflitto mondiale. La contentezza per tale notizia, riportata anche dai quotidiani nei giorni successivi, ebbe vita breve: Hitler, sdegnato per il tradimento italiano, ordinò al colonnello Scholl di non sciogliere i presidi germanici a Napoli e che la città fosse ridotta a “fango e cenere”. Fu l’inizio di uno dei periodi più difficili e cruenti, un preludio a ciò che sarebbe sfociato nei violenti moti popolari di lì a qualche settimana. La popolazione era ormai in ginocchio, senza riserve e viveri, preda della borsa nera, senza alcun mezzo igienico e di trasporto, stipata negli angusti ricoveri sotterranei, il luogo più sicuro dove rifugiarsi.
I tedeschi occupavano ormai quasi interamente la città e i loro automezzi erano gli unici a circolare per le strade, deserte e ricolme di macerie. Atti di rappresaglia nei confronti degli ex alleati, ormai “traditori”, erano all’ordine del giorno: fu appiccato un incendio all’interno dell’Università e pennacchi di fumo si levavano lungo via Mezzocannone. Tutto era immortalato da cineprese e la popolazione era costretta non solo a osservare ma anche applaudire di fronte a tali scene, persino quando, il pomeriggio del 12 settembre, il marinaio Andrea Mansi, che passava di lì per caso, fu fatto prigioniero e fucilato sulle scale di Corso Umberto I, dove è ora incastonata una targa in sua memoria. Non lontano da lì, in Piazza Bovio, alle spalle di una delle due statue del Palazzo della Borsa si staglia un’altra targa, omaggio ai marinai Guglielmo Bertazzoni e Bruno Zambrelli e ai finanzieri Ludovico Papini e Salvatore Spriglidozzi, altre vittime di esecuzioni naziste avvenute poche ore prima.

Targhe commemorative: Università degli Studi di Napoli Federico II, sede centrale in Corso Umberto I; Palazzo della Borsa, Piazza Bovio
Il 20 settembre, dopo aver devastato la periferia di Napoli, fu la volta del nucleo centrale: ai danni alle strutture cittadine si aggiunsero quelli a sale cinematografiche, chiese, ospedali, impianti industriali, alberghi. La popolazione si preparava alla sommossa imminente raccogliendo e nascondendo armi nei luoghi più disparati, innalzando barricate con terriccio e cataste di legno.
Iniziavano nel frattempo i rastrellamenti da parte dei tedeschi. In Campania c’erano diversi campi di concentramento o di raccolta; uno di questi era lo Stadio del Littorio, in seguito rinominato Stadio Arturo Collana, inaugurato il 27 ottobre 1929. Tra le pagine dei Verbali dei Consigli di Amministrazione del Banco di Napoli è attestata la partecipazione del Banco alla costruzione del Campo Sportivo che, ben prima dello Stadio del Sole (attuale “Maradona”), poteva “rispondere pienamente alle esigenze di una grande metropoli”. Si delibera una contribuzione totale di 800.000 lire in concessione al “Ente Autonomo per il Campo Sportivo del Littorio”
Durante il rastrellamento della giornata 27, nella contrada Pagliarone al Vomero, un gruppo di giovani sfuggiti alle autorità del Wehrmacht si stava accanendo contro una spia dei tedeschi. Un soldato di Hitler, passando di lì a bordo di una motocicletta, intervenne rimanendo però vittima della sparatoria che ne scaturì. La rappresaglia dei soldati tedeschi sopraggiunse di lì a poco e sei giovani napoletani caddero nel tentativo di scappare. Anche nel resto del quartiere, in particolare tra via Cimarosa e via Scarlatti, nacquero ulteriori sanguinosi scontri: la miccia dell’insurrezione popolare era stata accesa e la prima delle Quattro Giornate aveva avuto inizio. Altre battaglie si verificarono anche in Via dei Mille, al Corso Vittorio Emanuele, Piazza Dante, via Foria e via Salvator Rosa, punto strategico per lo spostamento verso Capodimonte, dove i tedeschi erano soliti radunare la popolazione destinata ai campi di prigionia.
L’approvvigionamento illecito di armi proseguiva a ritmo serrato così come i rastrellamenti, da cui parte dei civili riuscì a fuggire nascondendosi in grotte, masserie, conventi, sacrestie e cantine. I combattimenti al Vomero erano ancora in atto, anche se l’epicentro del conflitto rimaneva la zona del centro storico, tra via dei Tribunali e il Museo Archeologico; gruppi d’insorti, nel frattempo, presidiavano le strade principali come via Foria per impedire ai tedeschi qualsiasi tentativo di fuga verso Roma. Dietro le barricate combattevano vecchi e bambini, uomini e donne: si ricorda, tra le tante, la ventenne Maddalena Cerasuolo, attiva nel quartiere Sanità, il cui ponte porta ora il suo nome. All’improvvisazione delle prime azioni si sostituirono rapidamente forme di lotta organizzata: gruppi di patrioti, presenti in ogni zona della città, Tribunali, Vasto, Capodimonte, agivano contro i tedeschi in modo coordinato.
Al Vomero, in particolare, le azioni erano condotte da Edoardo Pansini, Libero Villone, Vincenzo Stimolo e Antonino Tarsia in Curia. Quest’ultimo, ex professore, era a capo del Fronte Unico Rivoluzionario con sede presso il Liceo Classico Sannazzaro, che fu per giorni sotto attacchi e tentativi di invasione da parte di un gruppo di fascisti. Alcuni giovani giravano per le strade del quartiere a bordo di un’automobile e agitavano una bandiera tricolore gridando “Fuori i fascisti! Fuori i tedeschi! Viva la libertà!”. Al volgere della giornata del 28 settembre una tempesta violenta allagò le strade della città, spingendo parte dei tedeschi a lasciare Napoli. Il conflitto, tuttavia, era ben lontano dall’essersi concluso.
Il giorno successivo, il 29, si consumò una battaglia senza tregua: il fuoco dei fucili e delle mitragliatrici si susseguì per tutto il giorno e la notte. Gli insorti dovevano misurarsi con un nemico che si rifugiava all’interno di veicoli blindati e contro i quali armi di fortuna e bombe a mano potevano poco; il vantaggio negli scontri corpo a corpo, però, e il coraggio dei civili li incoraggiò a proseguire la lotta. Emerse tra i tanti la figura di Federico Svab, un militante antifascista triestino di origini slovene che coordinava un Comitato di Zona verso i Tribunali. Il suo apporto alla battaglia è ricordato da una targa bilingue affissa sulla facciata del palazzo in via Cisterna dell’Olio dove visse fino alla sua scomparsa nel 1988.
Gli scontri diventavano sempre più cruenti sul fronte vomerese: nei locali del Liceo Sannazzaro fu allestito un pronto soccorso che accoglieva feriti provenienti da varie zone della città. Lo Stadio del Littorio, nel quale erano state radunate circa 50 persone in attesa della deportazione, venne accerchiato da un gruppo di partigiani: lo scontro violento ebbe buon esito e al termine il generale Scholl fu costretto ad accettare un incontro per discutere della liberazione dei prigionieri, accordata in seguito alla firma di un patto che prevedeva l’allontanamento delle truppe tedesche nell’osservanza di un clima pacifico da entrambe le parti. Cannoni e fucili non si arrestarono, però, nel resto della città e soprattutto a Capodichino, Giugliano e Ponticelli la controffesa tedesca fu particolarmente cruenta.
La giornata decisiva del 30 settembre giunse e la popolazione si preparava a compiere gli ultimi sforzi. La battaglia, accesa su più fronti, diventò sempre più concitata. Presso la Masseria Pezzalonga ci fu un vero e proprio massacro di civili che proseguì verso via Pigna. I tedeschi, braccati da ogni lato della città, si spostarono verso Marano seminando violenza e terrore lungo la loro strada; i napoletani nel frattempo, nonostante fossero oramai allo stremo delle forze, non indietreggiavano di un passo. Gli ultimi proiettili nemici furono sparati a Capodimonte, a Piazza Dante, a via Pessina, a via Broggia, a Monteoliveto e a Santa Lucia, ma si trattava di un fuoco di disperazione in seguito alla sconfitta, che causò tuttavia una delle ultime stragi al Real Bosco in cui rimasero vittime Salvatore e Ciro Palumbo, Angelo Ciorciari e Gaetano Rescigno.
Tra i caduti del Vomero, invece, a pagare il prezzo dell’avvenuta liberazione furono due giovani studenti del Liceo Sannazzaro, Adolfo Pansini e Giovanni Ruggiero; al primo è intitolato il VII Liceo Classico di Napoli, nato da una costola del Sannazzaro stesso e la cui sede centrale si trova nella piazza che oggi porta il nome “Quattro Giornate”, a due passi dallo Stadio e dai luoghi che furono palcoscenico della tragedia del settembre del 1943. Fu proprio il professor Antonino Tarsia in Curia a tenere l’omelia funebre per le giovani vittime, diventate ormai eroi della resistenza; citando le parole del padre di Adolfo “Mio figlio non è morto” celebrò la gloria imperitura di tutti i caduti per l’eterno ideale della libertà.
Nonostante la ritirata nemica, il timore di un possibile ritorno delle truppe tedesche teneva il popolo in allerta e barricate continuavano a essere innalzate. I tedeschi, infatti, compirono un ultimo atto nefasto: il Grande Archivio del Regno di Napoli fu incendiato e una parte preziosa di memoria storica reale e cittadina andò irrimediabilmente persa, provocando la collera e lo sgomento degli studiosi, tra cui Benedetto Croce. Dalla capitale e dal Ministro Badoglio non era ancora pervenuto alcun segnale; la guerra, d’altronde, non era ancora conclusa. Il popolo non seppe però trattenersi da manifestazioni di gioia e sollievo quando nel mattino del 1° ottobre le truppe degli angloamericani varcarono la soglia della città, portando un vento di speranza. “Risorgimento”, del resto, fu anche il titolo, significativo, scelto per il nuovo quotidiano napoletano che andava a sostituire Il Mattino, il Roma e il Corriere di Napoli, soppressi per collusione al fascismo.
Nel novembre del 1962, a distanza di circa 20 anni dagli eventi, nelle sale cinematografiche è proiettato il film di Nanni Loy e Goffredo Lombardo “Le quattro giornate di Napoli”, ispirato all’opera di Aldo de Jaco del 1956. Il film, candidato agli Oscar e ai Golden Globe per il Miglior Film Straniero, ottenne 3 Nastri d’argento: era dedicato alla memoria di Gennaro Capuozzo, un ragazzino di 11 anni, giovane eroe e martire dell’insurrezione popolare avvenuta in via Santa Teresa degli Scalzi, insignito della Medaglia d’oro al valore militare. La presentazione della pellicola avvenne in anteprima all’Opera di Roma, alla presenza delle alte cariche dello stato. Considerato dal Times di Londra “il più bel film sulla resistenza italiana dopo Roma città aperta di Rossellini”, permette allo spettatore di rivivere in modo autentico e crudo, grazie all’impronta neorealistica, gli avvenimenti che hanno caratterizzato questa cruenta pagina di storia.
Tra le opere pubbliche che commemorano le Quattro Giornate di Napoli è da menzionare il Monumento allo Scugnizzo, eretto al centro di Piazza della Repubblica a Mergellina, prospiciente il quartiere Torretta, dove si conserva anche una targa ai caduti della sommossa sulla facciata principale della ormai ex Casa del Littorio. Progettato nel 1963 e inaugurato il 14 giugno del 1969, il monumento si compone di una scultura ideata dall’artista bolognese Renato Marino Mazzacurati, composta da 4 pannelli di travertino che creano un effetto dinamico e drammatico da qualsiasi angolazione si scelga di guardarlo. Dopo il lungo periodo in cui è stato rimosso a causa dei lavori della linea 6 della metropolitana, nel 2022 il monumento è tornato al centro di Piazza della Repubblica.
Celebrazioni commemorative delle Quattro giornate non sono mancate al compimento dei 50 anni dagli avvenimenti sopra descritti. Su “Il Mattino” del 28 settembre 1993 si ritrovano articoli che ripercorrono i momenti salienti dell’insurrezione popolare ed offrono alcune fotografie d’epoca in cui sono ritratti dei piccoli “scugnizzi”, giovani ragazzi che furono parte attiva e cuore pulsante delle giornate di battaglia. Seguono, nelle pagine successive, un’intervista a Nanni Loy e annunci di celebrazioni statali in onore della Resistenza.
Oggi a distanza di 80 anni, in ogni quartiere della città, una targa commemorativa orna piazze e luoghi particolarmente significativi per la storia delle Quattro Giornate e per testimoniare l’eroismo dei suoi protagonisti. Oltre a quelle già mostrate, vanno sicuramente ricordate, tra le tante che sarebbe impossibile elencare nella totalità, le due targhe esposte in Piazza Municipio, una all’interno di Palazzo San Giacomo e una all’interno del Maschio Angioino, dove spesso è collocata una corona di foglie e fiori durante le giornate di celebrazione. Non mancano però omaggi alle personalità dei singoli quartieri, talvolta un po’ nascoste, un po’ dimenticate dal popolo, distratto dalla frenesia della vita quotidiana e talvolta inconsapevole del proprio passato.
Ѐ infatti opportuno, in quest’occasione in cui si celebra la memoria di un avvenimento tanto importante quanto ormai relativamente lontano nel tempo, ricordare la preoccupazione dell’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini espressa a Pietro Nenni, leader del partito socialista, in una lettera del 1952 a lui indirizzata.
Il Presidente si dimostra preoccupato per la possibile “perdita della memoria” di tali vicende e ritiene necessario, da parte di chi ha avuto la sfortuna di assistere a quegli avvenimenti, di farsi testimone per i posteri, affinché gli errori commessi da altri in passato non possano verificarsi nuovamente.
Altrettanto importante e significativo, in questo caso per la città di Napoli, ricordare le gesta della propria Resistenza, i nomi degli eroi che con coraggio hanno affrontato la sorte, le potenzialità di riscatto di un popolo oppresso che riesce da solo, grazie alla determinazione, alla rabbia e all’esasperazione di chi ha subito troppo, a riconquistare, seppur con grande sacrificio, la dignità e la libertà a lungo negata.
Fonti:
Corrado Barbagallo, Napoli contro il terrore nazista: 8 settembre-1° ottobre 1943, Maone, Napoli 1946
Ciro Raia, Le Quattro Giornate di Napoli (quasi un diario), Guida Editori, Napoli 2023
A cura di Gabriella Gribaudi, Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, Guida Editori, Napoli 2023
Si ringrazia l’Archivio Gianmaria Lembo per aver concesso la pubblicazione delle foto.
In copertina: Donne immortalate in Corso Umberto I poco dopo un bombardamento. Foto di A. Beuf (4 aprile 1943)
























